Arte civile
Teatro e Handicap
Con TEATRO E HANDICAP, il progetto del Teatro Kismet OperA in collaborazione con l’Associazione ArcHa e l’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Bari, ci si è lasciati con l’allestimento de La prima classe, che ha suggellato l’ultimo triennio di lavoro. È uno spettacolo compiuto, di grande levatura poetica, tale da poter essere individuato dal Teatro Kismet come spettacolo inaugurale della stagione 2007/08.
Si è trattato di una scelta artistica e di impegno civile al tempo stesso, a degna valorizzazione dell’attività del percorso sinora perseguito con il progetto TEATRO E HANDICAP e, ancor più, a manifesta espressione del ruolo che il Kismet assume verso il sociale.
TEATRO E HANDICAP giunge alla vigilia dei vent’anni, ma continua a mostrare la propria attualità e motivazione. In questo progetto una volta di più il teatro si fa luogo del possibile, di espressione e confronto di chi, per norma comune, si colloca ai margini a causa di una qualsivoglia disabilità. È un processo dalla natura duplice, che si pone su quella corda tesa capace di unire la matrice educativa a quella artistica: questo progetto si colloca così in quello stato di particolarissimo equilibrio, di cui pure si alimenta, nel quale l’handicap non è una debolezza, bensì un vincolo che apre a nuove possibilità espressive.
Il laboratorio teatrale è un intervento rivolto a piccoli gruppi, teso allo sviluppo delle capacità creative, della socializzazione e di una più intensa e consapevole relazione interpersonale. L’itinerario formativo è basato su esercizi di comunicazione verbale e non verbale tesi al raggiungimento dei molteplici scopi dell’attività.
Il laboratorio teatrale conduce i partecipanti al raggiungimento di una più piena consapevolezza delle proprie potenzialità, del riconoscimento di sé come unità psicofisica, come essere in relazione; contribuisce alla formazione di una più compiuta identità personale e ne sviluppa l’aspetto creativo, promuovendo al contempo un’attitudine critica e di partecipazione attiva nella modificazione della realtà; consolida e accresce la capacità comunicativa interpersonale, indicando la via per un rapporto più autentico con gli altri e con l’ambiente quotidiano.
I partecipanti trovano nel laboratorio un luogo di espressione per la propria specificità e diversità. Il corpo e la voce di ognuno sono portatori di un messaggio individuale: tale messaggio e la sua stessa espressione contengono una precisa identità e consentono a ciascuno di accogliere l’Altro come reciproco. Dall’Altro l’individuo scopre la propria dimensione vitale e la relazione diviene luogo di espressione di significati anche a forte implicazione interiore.
Il laboratorio teatrale, come processo di attribuzione di significati, riesce a collegare l’azione col pensiero e viceversa: pur essendo in una prima fase centrato sul fare, non trascura l’essenziale momento della riflessione, che consente di acquisire una maggior consapevolezza su ciò che è stato compiuto. È tale presa di coscienza a permettere la l’elaborazione di comunanze e differenze a partire dal percorso condiviso, così da realizzare, in alcuni casi, teorizzazioni relative all’emergenza di nuovi bisogni e problemi.
Fanno parte del gruppo di lavoro Lello Tedeschi, Giulio De Leo, Gianna Grimaldi e Barbara Pizzo.
La prova del teatro
La Prova del teatro è un percorso educativo e formativo rivolto all’Area Penale che il Teatro Kismet OperA ha intrapreso dal 1997 grazie al sostegno dell’ETI e del Ministero della Giustizia - Dipartimento della Giustizia Minorile, alla collaborazione con il Centro per la Giustizia Minorile di Bari, l’Istituto Penale per Minorenni “N. Fornelli” di Bari, l’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni. Si tratta di un intervento che si è svolto, sin dall’inizio, sul doppio versante dell’Area Penale Esterna (APE, un ambito destinato al recupero dei minori a rischio di devianza) e dell’Area Penale Interna (API, minori effettivamente detenuti presso l’Istituto “N. Fornelli” di Bari) con una sfida importante: verificare se l’esperienza del teatro, in tutte le sue forme, potesse affiancare efficacemente i processi di recupero dei minori e riannodare i fili di un necessario dialogo con la società civile.
Nel corso delle diverse edizioni di API la relazione con l’I.P.M. Fornelli, grazie anche alla disponibilità e lungimiranza della Direzione, si è consolidata e ha consentito la realizzazione di una sala teatrale attrezzata all’interno dell’Istituto e di alcune rassegne teatrali aperte al pubblico, offrendo ai giovani detenuti la possibilità concreta di fare e vedere teatro, incontrare professionisti della scena e confrontarsi con i propri limiti e risorse.
Parallelamente i laboratori dell’APE hanno proposto approcci diversificati alla creatività: nel tempo si è privilegiato un fare artistico che fornisse ai partecipanti l’opportunità di misurarsi concretamente con la scena nelle sue componenti tecniche (luci, suoni, scenografie) e che di fatto ha aperto la strada, in maniera naturale, all’incontro con il mondo delle arti visive. L’idea che ha sotteso lo svolgersi delle varie edizioni di APE è comunque quella che un percorso di apprendistato sotto la guida di artisti ed educatori (un’équipe diversificata per esperienza e competenze) possa realmente segnare uno scarto nella percezione che i ragazzi hanno di sé e delle proprie capacità e attitudini – tanto personali che professionali. APE, nella sua formulazione più recente, ha assunto le sembianze di una vera e propria bottega di pratica e creazione artistica, come gli oggetti d’arredo, le fotografie e i dipinti acrilici e ad olio dell’edizione 01 dimostrano.
Citiamo testualmente un contributo del critico Pietro Marino, secondo cui l’intervento del Kismet nell’Area penale esprime “un’ipotesi strategica: come cambiare modelli di comportamento, codici di vita, visioni del mondo, mediante percorsi e strumenti dell’immaginazione, che liberano energie della creatività. […] La strada impervia ma obbligata sembra quella di attivare processi mentali e manuali che smuovono l’inerzia opaca dei principi di autorità, sollecitano la responsabilità personale e il desiderio di mettersi in comunicazione con altri. Liberano […] una visione innocente (che non nuoce a sé e ad altri) della vita di relazione. Alimentano la cultura del dubbio, che è il principio fondante della democrazia, il deterrente delle scelte estreme e delle soluzioni violente. L’arte come linguaggio che non ribadisce certezze o dogmi, che non porge alibi di consolazione ma mette in crisi, sollecita domande piuttosto che offrire facili risposte. Rientrare dalla devianza, quali che ne siano stati all’origine gli impulsi e i condizionamenti sociali e culturali, significa riattivare un pensiero di sé e del mondo. E dunque, costruirsi un nuovo ambiente, un diverso habitat, psicologico ed emozionale prima che fisico e sociale”.
Linguaggi dell’integrazione teatrale
direzione artistica progetto 2008/2009 Rossana Farinati in collaborazione con Barbara Pizzo e con il contributo di Lucia Zotti e Cristina Bari, rivolto agli insegnanti e studenti delle scuole elementari e medie inferiori
Si assiste da tempo a una larga diffusione del teatro come forma di contrasto al disagio sociale, al fine di valorizzare le risorse personali dei soggetti cosiddetti diversamente abili e favorirne quindi l’integrazione umana e civile. La pratica di scena, in tale contesto, è un’esperienza relazionale forte, attiva un vasto campo di espressione e comunicazione che rende innanzitutto sensibili e disponibili all’altro: l’approccio alla diversità, alla malattia, al disagio si fa in tal senso occasione di ascolto delle istanze profonde dei soggetti coinvolti, posti a loro volta in grado di manifestare la propria specifica umanità ben oltre i limiti socialmente imposti dalla loro condizione. E’ un’esperienza terapeutica, certo, ma di tipo particolare: il valore terapeutico deve manifestarsi nei suoi esiti e nella sua pratica, non nei presupposti, deve essere cioè il punto d’arrivo di un percorso di tipo artistico, fondato su un approccio alla pratica di scena che deve vedere essa stessa - la sua efficacia espressiva e comunicativa - come orizzonte di lavoro. Il teatro, per raggiungere in tali contesti i suoi obiettivi terapeutici, deve assolvere innanzitutto al proprio ruolo, che è quello di alimentare un’esperienza di relazione umana e sociale attivando gli strumenti e gli obiettivi che gli sono specificatamente propri. A tale orientamento si è a volte poco preparati: chi opera utilizzando il teatro per contrastare il disagio si muove spesso o in una pratica proditoriamente terapeutica e strumentale degli elementi del lavoro di scena, oppure squisitamente assistenziale, ricreativa, con un uso impoverito del teatro che ne svilisce le grandi potenzialità educative.
Il progetto, che si annovera fra le rarissime esperienze di collaborazione interistituzionale, a livello centrale e locale, fra Pubblica Amministrazione e Teatro, propone un laboratorio teatrale integrato, rivolto a diversamente abili e non, che riequilibri l’approccio e si muova su una linea di mezzo, sviluppando una nuova, diversa sensibilità per l’uso del teatro in ambito scolastico. L’obiettivo è duplice: da un lato osteggiare efficacemente il disagio dei soggetti diversamente abili, dall’altro costituire una cultura diffusa dell’integrazione all’interno degli Istituti Scolastici coinvolti. Tali obiettivi sono stati perseguiti nelle esperienze degli scorsi anni attraverso una pratica complessa che ha visto tutti - pedagoghi teatrali, insegnanti, ragazzi - protagonisti attivi di un processo circolare di apprendimento fra scuola e teatro.
E’ su questi indirizzi che proponiamo, certi del suo carattere innovativo, questa nuova edizione del progetto, centrato com’è sulla valorizzazione di un’esperienza concreta, verificabile e in grado di creare esperienze e fornire strumenti di intervento basati, fra teoria e pratica, sul confronto diretto con i partecipanti al laboratorio.
La traccia artistica scelta per l'edizione del 2008/2009 parte dalla storia de Il brutto anatroccolo nella quale si intrecciano molto temi: essere ciò che si è, il confronto con il mondo, lo sguardo degli altri su noi stessi, il sentirsi inadeguati, l'essere esclusi perchè diversi da ciò che è conosciuto. La vicenda dell'anatroccolo si arricchirà delle immagini e delle parole suggerite dai partecipanti, per essere raccontata in forma teatrale nella presentazione finale.
La presentazione si terrà alla fine di maggio, il luogo e l'orario saranno definiti a breve.